Il racconto che vado a pubblicare questa volta è l'ultimo da me scritto mentre frequentavo la Scuola Omero. Oltretutto, è a me caro perché tratta di un argomento a cui tengo molto.
Spero colpisca anche voi!
La gabbia
Alle 8 alla solita spiaggia. Sono questi l'orario e il posto preferito di Marco per scoparmi. Alle 8 perché dice che una scopata è il miglior aperitivo del mondo e sulla spiaggia perchè chi sta sotto gode di più grazie alla sabbia che struscia sul corpo. Mi era sempre piaciuta questa spiaggia, questo mare che adesso guardo con tanta voglia di annegare, e a furia di strusciarmi le mani su questi fottuti jeans strappati non me le sento più. Tengo i capelli legati perché piacciono a lui, evito di mettermi gli occhiali perché lui non li sopporta e non fumo perché a lui dà fastidio.Quando ho conosciuto Marco frequentavo le superiori, mentre lui lavorava come falegname in una piccola azienda. Mi aveva notato subito, quando poteva veniva fuori scuola solo per vedermi e poi andava via fino quando un giorno prese coraggio e con un mazzo di fiori elegantemente mi chiese di uscire e da allora iniziò la nostra storia. Tutto procedeva liscio fino a quando improvvisamente la madre di Marco morì, proprio quando lui stava cercando di recuperare i rapporti che madre e figlio non avevano mai avuto. Marco cominciò a diventare sempre più triste, arrabbiato, si rinchiudeva da solo in casa a spaccare oggetti e quando mi vedeva alla prima parola storta mi picchiava. Ho provato a stargli accanto per vedere se il Marco che conoscevo sarebbe tornato, ma niente: il Marco che ho conosciuto è morto insieme a sua madre.
Marco è la mia gabbia dalla quale non riesco a uscire.
Eccolo che arriva: ha gli occhi fuori dalle orbite, due occhiaie nerissime e il cazzo già ritto. Mi prende, mi bacia il collo, sbava, nelle orecchie mi sussurra: <<Beh facciamoci questo aperitivo>>. Si toglie la maglietta, la toglie anche a me, controlla se il reggiseno è quello giusto, quello che piace anche a lui, poi me lo toglie, mi tocca i seni, me li stringe forte, quasi come se volesse portarmeli via, mi annusa e mentre lo fa continua a sbavare, mi toglie i pantaloni, fa la stessa cosa con le mutande, poi le lancia via, e finisce di spogliarsi anche lui e poi inizia. Fa forte, fa forte come sempre, io faccio su e giù sulla sabbia, lui mi chiede <<Stai godendo?>> mentre affonda le unghie sulle mie braccia, ed io rispondo di sì, ma in realtà no, soffro: sento i granelli di sabbia entrarmi nella pelle, nella spina dorsale. Lui è bravo a far del male, proprio come mio padre con mia madre quando tornava a casa ubriaco.
L'ultima volta in cui vidi mio padre dentro la casa in cui sono cresciuta, era in piedi sopra mia madre sdraiata per terra. L'aveva presa a calci nelle gambe, in pancia, in bocca e prima di andarsene per sempre mi aveva guardato fisso per qualche secondo con la faccia stravolta dal vino e dalla violenza, poi aveva detto: <<Meritate tutte questa fine!>>. Avevo solo 8 anni e adesso che ne ho 21 è proprio così, penso che sto seguendo le orme di mia madre.
Finalmente Marco ha finito, come al solito mi guarda e mi dà due schiaffetti in faccia come si farebbe con un amico e ha sempre dipinto in volto un mezzo sorriso. Ci alziamo e a piedi proseguiamo la strada verso casa sua che dista qualche chilometro da qui. Il telefono squilla: è Roberto, ma non faccio in tempo a rispondere che Marco mi spegne il cellulare. <<Chi è questo Roberto?>>
<<Un amico della comitiva...>>
<<Ma quale comitiva? Questo Roberto te lo sei scopato, di' la verità!>>
<<No>>
<<Di' la verità>>
<<Non me lo sono scopato, è solo uno dei miei migliori amici>>.
Mi colpisce talmente forte il viso da farmi volare a terra, sento la guancia pulsarmi fortissima.
<<Tu sei solo una puttana, ecco perché ti preoccupi tanto dei tuoi amici! Te li sei fatti tutti, che schifo, e poi vieni a letto anche con me!>>.
<<Scusa Marco>>
Ci ricasco nuovamente, anche se sento che la gabbia mi sta sempre più stretta. Arriviamo in una zona affollata, c'è una mamma che tiene per la mano il figlio che gioca con una pallina, improvvisamente la perde per strada, lui lascia la mano della madre. Una macchina sta passando in quel momento, vado in suo aiuto, lo spingo via facendogli da scudo, caschiamo a terra ma per fortuna ce la caviamo solo con qualche graffio. La mamma mi viene incontro: <<Oh mio dio, grazie mille! State bene?>>
<<Sì, signora>>
<<Oddio come posso ringraziarti?>>
Marco mi guarda arrabbiato e sta per avvicinarsi a me.
<<Non si preoccupi>> dico alla madre e corro via, Marco mi insegue e quando sono abbastanza lontana mi fermo.
<<Ma sei impazzita? Volevi farti ammazzare per un bambino deficiente che non sa neanche camminare sul marciapiede?>>
<<Beh tutto questo tempo mi sto facendo ammazzare da un quasi trentenne che pensa che la violenza sia la miglior cosa per farsi capire>>
<<Eh? Ma che dici? Ti ho dato qualche schiaffo ma te lo meritavi>>
<<Ah, me lo meritavo? Allora tu ti meriti di essere solo come un cane perché non ci sto più a farmi trattare come una puttana perché voglio stare con i miei amici, e a ricevere schiaffi, e a fare sesso senza voglia. Sai, in tutto questo tempo ho provato a farti uscire fuori, a farti tornare quello che eri, quel ragazzo splendido che mi accarezzava invece di schiaffeggiarmi, ma vedo che non ce l'ho fatta, quindi con te ho chiuso!>>
<<Sai che non è così, che poi ritornerai, io sono quello che fa per te, non ti ricordo un po' tuo padre, eh? Anche lui menava la mammina no?>>Improvvisamente tutti gli schiaffi e calci che lei riceveva mi appaiono come se li stessi vivendo nuovamente. Prendo e continuo a correre, Marco è fermo e mi guarda da lontano, si gira e se ne va, io vado alla spiaggia. Mio padre aveva torto, ora lo so: non meritiamo di fare tutte questa fine, ci meritiamo di essere felici, io merito di essere felice perché ho sofferto, ed anche tanto. Forse è l'ora di sciogliersi i capelli, è il momento di mettersi gli occhiali, ma più tardi perché farò un bagno invece di annegare.
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